Dove la Storia si Legge nel Paesaggio
Poggiolino e il suo "Libro Aperto": da dimora nobiliare a miniera, da rifugio di guerra a rinascita agricola
Al settimo miglio da “Florentia”, dopo i centri di quarto quinto e sesto fiorentino.
Del fulcro dell’azienda, se ne ha già notizia, della parte chiamata Libro aperto, con lo storico Morelli nella metà del 400. Se si guarda dal basso la collinetta dell’azienda si vede infatti sulla destra chiaramente la forma dei terrazzamenti con un canale centrale e i due laterali che danno esattamente l’idea di un libro aperto pronto per essere letto, magari la storia che racchiude.
La proprietà del libro aperto (e di Poggiolino tutto) come di parte della piana, era anticamente del conte Gamba. Avendo possedimenti in pianura si racconta che a ogni contadino che aveva il conte, erano stati dati due terrazzamenti a testa per poter avere l’olio. Si narra che per piantare gli olivi venne portata la terra a panieri per il terreno particolarmente sassoso.
Nel pre guerra l’industria mineraria espropriò il terreno perché ricco di sasso, alberese e marna per fare cemento naturale.
Per questo motivo Poggiolino ha la “strada” centrale chiamata dalle vecchie generazioni “binario”. Questo termine perché ci passavano i carrelli del materiale che veniva estratto e portato nella cementeria. La nostra strada infatti ha una pendenza del 3% in discesa (verso la cava) dal cancello fino alla fine della proprietà. Perché i carrelli pieni in automatico portassero i carrelli vuoti all’imbocco delle varie gallerie lungo il tragitto.
La nostra proprietà è infatti zona mineraria e, mentre tutte le altre sono state chiuse o sono crollate, noi abbiamo ancora una galleria che veniva usata per l’estrazione, ma anche in periodo di guerra per rifugio dai bombardamenti, ma andiamo per gradi…
Quando vennero fatte queste gallerie, si narra che gli operai con il mal tempo potessero andare da Querceto (Sesto Fiorentino) a Settimello in cementizia con il crocevia di gallerie che erano state create, ma solo per gli esperti o c’era il rischio di perdersi. Venivano creati dei camini di areazione, ne abbiamo lasciato uno aperto, mettendolo in sicurezza.
La Torretta che spicca nella proprietà (ancora non ristrutturata) era la sala compressori che serviva a inviare l’aria compressa nelle gallerie per far funzionare le trivelle per l’estrazione (Evoluzione per l’epoca in moda da non doverlo fare manualmente).
Subito sopra c’erano i dormitori dei minatori, la maggior parte dei quali provenienti dall’Appennino Tosco Emiliano, che erano persone esperte nelle gallerie perché erano stai loro precedentemente a fare il traforo per la “direttissima”, il traforo della ferrovia. Ad oggi sono stati completamente ristrutturati e diventati appartamenti.
Sono poi ancora presenti le Tettoie che erano la zona falegnameria per lavorare le acacie soprattutto, legno molto resistente nel tempo per puntellare le gallerie. Adiacente c’era l’officina per fare le punte dei ferri per lavorare il materiale e per ferrare i muli che venivano usati per trasportare il materiale nelle gallerie. Negli anni ’50 per fare un esempio, si parla di ben 250 minatori.
Negli ultimi lavori fatti è venuta alla luce una delle tante bombe inesplose (rotta e priva di innesco) che gli alleati lanciavano sulla ferrovia.
Di questa parte vorrei lasciare il racconto di Poggiolino alla storica Daniela Lamberini che nel suo libro Calenzano e la Val di Marina, storia di un territorio fiorentino, parla in questi termini del duro periodo di guerra e di come fosse prezioso questo poggio per le persone del posto.




